Situa.to
Esiste una città dei giovani? Come vedere e raccontare la città al di fuori dei soliti percorsi e delle forme con le quali abitualmente la si rappresenta? Quali sono i suoi confini fisici e mentali? Come attraversarli per tracciare gli itinerari di una città che si muove e cambia velocemente?
In occasione di Y-our time/Torino 2010 European Youth Capital, il progetto situa.to, sostenuto dalla Regione Piemonte, Direzione Cultura, Settore Politiche Giovanili intende costruire, con i giovani che la abitano, una serie di strumenti per leggere dal loro punto di vista i mutamenti urbani e intervenire con nuovi segni in stretta relazione con i temi del lavoro creativo e immateriale.
situa.to propone di prendere posizione all’interno della città per contribuire attivamente al racconto e al ridisegno di una Torino che già esiste, ma che ancora non si vede.
www.situa.to
Scarica il bando e partecipa entro il 1 marzo 2010. Per maggiori informazioni: info@situa.to
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Tue, 03/30/2010 - 15:00
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Wed, 03/31/2010 - 18:00
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Mon, 04/12/2010 - 15:00
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Group board
CROCETTA - CHE COS’AVRANNO CONTRO I NOSTRI ROSETI CURATI?

Torino. Via Magenta, sera, estate. Una coppia di mezz’età esce dal cancelletto di un’abitazione privata.
Lui ha un cane al guinzaglio.



LUI
 Attenta alla bici!


LEI
 Ma guarda che roba! Girano per il quartiere come se fosse la rivoluzione. Dove si credono di essere?


LUI 
Con quelle biciclette colorate, poi: e ti guardano ancora strano, quasi fossi tu a casa loro.


LEI
 Solo perché rispettiamo la proprietà privata.


LUI 
Solo perché siamo contenti.


LEI 
Solo perché non chiediamo nulla in più.


LUI 
Che cos’avranno contro i nostri roseti curati? 

LEI 
Ma niente, vedrai che ci invidiano ancora le case. 

LUI
Pulite, ordinate e fresche come loro si sognano.
LEI 
Eh, io sto a casa tutto il giorno apposta, e non mi lamento. Loro che fanno?


LUI 
E io allora? Con l’impresa, casa me la godo solo la sera. Ma non mi lamento mica. Dove lo portiamo il fox terrier stasera?


LEI 
Aspetta, altrimenti mi dimentico: volevo chiederti quando fanno il mercato.


LUI 
Quale, quello dei due frick?


LEI 
Sì, quei due un po’ strani…


LUI 
Credo sia domani sera. Ma ti serve qualcosa?


LEI 
Mah, volevo vedere un drive al banchetto del golf.


LUI
 Ah, perché no. A me serve un guantino. Ma stasera, invece, dove si va? TU hai digerito bene? Io così così…


LEI 
Perché non cambiamo un po’?


LUI 
In che senso?


LEI 
Usciamo da Crocetta.


LUI 
Perché?

LEI 
Per vedere un po’ di gente per strada.


LUI 
Davvero? Eccitante…
VALLETTE

Alzarsi su una torre, un grattacielo per osservare dall’alto tutte le Vallette non si può. Tanto meno salire su uno dei pennoni del nuovo vecchio stadio, appena fuori il labirinto di case popolari. Ma per cogliere il quartiere basta forse sedere a un tavolino di questo bar brasiliano precipitato in piazzetta, e guardare comporsi di fronte a sé le maglie strette della rete sociale qui.
Tra la gente che passa e dà una battuta, saluta e va, un ragazzo siede al tavolo affianco al mio. Beve un caffè scorrendo un quaderno di appunti: qualche indirizzo, un numero di telefono, una mappa. Scorgo di una visita con l’ecomuseo e di un’intervista al ragazzo di un’associazione, del carcere e delle bandiere italiane sui balconi, della poca distanza dal centro città . Di una vecchia cascina trasformata in una pizzeria kitsch, di una famiglia di parcheggiatori abusivi senza più stadio, della campagna oltre alla strada e di quanto sia bello l’inizio di una linea di elettrodotti. Volta le pagine: trovo le enormi costruzioni vuote a lato del quartiere, la difficoltà di lavorare qui con i giovani e la loro assenza. In qualche modo ha anche saputo di una rivolta contro certi ascensori a pagamento, a cui nemmeno più ricordavo di avere partecipato tanti anni fa. Chissà se conosce quella storia dei segnali stradali con errori di ortografia che venivano destinati qua?
Su un foglio c’è una nota in basso. Non riesco a leggere bene, ma intuisco: parla dell’amore che la gente deve mettere da qualche parte per non morire dentro. Dice che gli abitanti delle Vallette, non potendolo fare nel paesaggio attorno, lo fanno nelle persone. Mi guardo attorno: la gente esce dal più brutto dei centri commerciali, diretta verso la chiesa sgraziata. Per oggi voglio credere che anche la seconda parte della sentenza sia vera.
BORGATA LESNA

Le case si ammucchiano attorno a via Monginevro e si richiudono in una spirale di strade a senso unico, osservate dall’alto dal Centro Identificazione Espulsione, CIE.
In Borgata Lesna il tempo sembra abbia voluto rallentare il suo corso o forse solo mantenere quel vecchio aspetto che riporta alla memoria il suo passato industriale.
Paradossalmente il tempo si è fermato al momento del progresso. Gli scheletri della produzione e della tecnica rimangono visibili nelle strutture delle vecchie fabbriche ora trasformate in abitazioni, e il motore dell’era produttiva romba solo nelle numerose carrozzerie che fiancheggiano la strada.
L’innovazione del progresso si concentra sul passato, l’attività privilegiata è quella del conservare, dalle auto parcheggiate da riparare, agli oggetti d’epoca in vendita al mercato.
Verrebbe voglia di afferrare Borgata Lesna per le spalle e scrollarla forte, costringerla a reagire e a smettere di crogiolarsi nella cromatura delle auto e nei suoi sensi unici. C’è vita là fuori...
CIT TURIN / CENISIA

Si lascia il nome e il numero di telefono. Perché non si sa con precisione a che ora partirà il pullman. Ma si conosce il giorno della partenza. L’orario dipende da quello di arrivo dal Marocco. Si viene avvisati con una telefonata e ci si reca alla fermata. Si può trasportare tutto, e ogni cosa ha il suo prezzo.
C’è anche un tariffario che avverte sul costo del trasporto della lavatrice, del frigorifero o della cucina.
Al terminal degli autobus extraurbani di Corso Vittorio Emanuele c’è un gran movimento. E poi lunghi momenti di attesa quasi immobile.
Sul marciapiede si accatastano ogni giorno valigie e viaggiatori. Un rimescolio di persone, oggetti.
Ci sono biglietterie e servizi ristoro, aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, utilizzati anche dai funzionari del tribunale di fronte. Però è impossibile trovare bagni pubblici, non ci sono ripari, né sedute adeguate.
Nel caldo pomeriggio di giugno, dietro alle biglietterie, sorseggiavano tè alla menta attendendo il bus. Vicino a chi parte, c’è chi arriva e cerca di capire dove andare o dove è meglio fermarsi ad aspettare chi lo verrà a prendere.
BORGATA VITTORIA

La prima cosa che ho notato a Borgata Vittoria è stata un’incongruenza nel suo paesaggio urbano: c’era una ferrovia e oggi non c’è più, o meglio c’è ma non si vede, scorre sotto terra. Sopra aleggia il suo fantasma; si sente che ci dovrebbe essere qualcosa, ma la percezione lascia gli occhi scontenti.
Borgata Vittoria convive con altri capovolgimenti; al sopra trasformato in sotto si accompagna un dietro trasformato in un davanti. I “retro†della cortina edificata di Borgata Tesso su via Stradella sono stati promossi a facciate sulla nuova Spina Reale ricavata dall’interramento della ferrovia.
Territori da ricucire, da suturare, da ricomporre; al primo nucleo della Borgata un ipotetico visitatore torinese accedeva solo attraversando il ponte di via Gramegna, e si sa che i ponti sono riti di passaggio, porte magiche che conducono alla Borgata Capovolta. Un luogo che si è riempito di operai, si è svuotato con l’era post industriale e poi è stato colmato con i migranti, giunti a rovesciare delle certezze un po’ stantie.
SETTIMO

Sì, a Settimo c’è il teatro sociale e ci sono le associazioni che sensibilizzano i cittadini su immigrazione, solidarietà e commercio equo. Ci sono d’altra parte gli egiziani del falafel che tanta integrazione non la vedono: la vita è molto cara e per gli stranieri non c’è lavoro.
C’è un archivista innamorato del suo lavoro, che accoglie volentieri le giovani curiose mentre scrive i suoi libri di storia locale, che è un affascinante intrico di vicende legate alle lotte operaie. C’è il chiosco al centro del mercato dove ci si ferma per un caffè o un panino e si parla di cosa si potrebbe cucinare per cena, si scambiano ricette e si discute dell’imminente matrimonio di una cugina.
Nonostante Settimo sia pieno di storie, le strade si animano veramente soltanto la sera. Verso le sei la gente si fionda nelle gelaterie del centro e tutti, ma proprio tutti, si mettono a leccare gelati. E’ ovvio che in quelle palline cremose e colorate si nasconde il segreto per una vita felice e straripante di cose belle. Ho provato a chiedere quale fosse ma l’unica risposta che ho ottenuto è stata “mmmmmm, com’è buono questo gelato!â€. Mi viene il sospetto che una risposta me l’abbiano data.
DOGANA LINGOTTO

2006, anno di grandi trasformazioni per Torino, il nostro Ramasin Cit che in camera tiene il poster della Big Apple.
Spettacoli, sport, turisti, movimento, riflettori con tanto di passerella e Arco, e infine la costruzione di quello che doveva diventare il nocciolo della città : il Villaggio Olimpico.
2010, il Villaggio e tutto ciò che gli gira attorno è una città fantasma senza storia, trasformata in quartiere residenziale semivuoto.
1926, nasce “Campo Torino†meglio conosciuto come “Stadio Filadelfiaâ€; sport, tifosi granata, cori, partecipazione, all’inaugurazione sono presenti 15000 spettatori e lo stadio diventa leggenda.
2010, lo Stadio è distrutto da tempo, ma l’anima dello storico Fila è ancora in piedi: è il movimento granata, gruppi di tifosi che si aggirano attorno a quella che è diventata la loro tana e se ne prendono cura, alcuni arrivano in pellegrinaggio ogni pre-partita, centinaia partecipano alle manifestazioni per sostenere il recupero dell’area, ma “dall’alto†non arrivano risposte.
Ha ragione De Gregori,
E poi la gente, perchè è la gente che fa la storia,

quando si tratta di scegliere e di andare,

te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,

che sanno benissimo cosa fare.
VENARIA

Quando sono arrivato a Venaria saranno state non più delle ore 14.00. Era una delle prime domeniche in cui si riusciva a godere del sole di primavera. Ho iniziato a camminare senza una meta, perché la cartina neanche me la ero portata. Mi sono diretto sulla via Mensa, la via che taglia la città e porta alla Reggia; la sola che conoscevo. Mi sono lasciato prendere dall'aria di festa domenicale. Ho accantonato i pensieri legati al lavoro, mi sono fermato in un bar a guardare la gente a passeggio. Poi sono ripartito, ancora senza direzione, ma soprattutto senza immaginare che poco distante avrei poi trovato quello che stavo cercando: una ex caserma dei Bersaglieri. Ho pensato se quello fosse il posto giusto su cui concentrarmi, e quasi subito mi sono detto di sì. Perché anche mio padre era bersagliere, e su di loro, da piccolo, ne avevo sentite tante. Così è stato quel ricordo a trascinarmi, e che al progetto servisse o meno -amen- io, ormai, la mia situa l'avevo trovata.
BARCA - BERTOLLA

I ragazzi del quartiere Barca non erano come noi del quartiere Bertolla, no: il Chiosco di via Anglesio era famoso; se tu dicevi “Io ho un amico al chiosco†era come dire guarda che ho una persona che puo intervenire a mio favore.
Qua a Bertolla al massimo dicevi “Mio cugino fa il carabiniereâ€. Lì dicevano “Ho un amico al chioscoâ€.
Non ci credevi la prima volta, non ci credevi la seconda; alla terza magari arrivavano.
C'erano alcuni di noi ragazzini di Bertolla che giravano insieme ad alcuni della Barca; se li portavano appresso. E questi della Barca rispetto a noi avevano tutta un’aria diversa... di persone più cresciute, abituate alla strada, ad un atteggiamento aggressivo. Questo rendeva la Barca una zona che potevi esplorare, ma con attenzione; dovevi andarci con qualcuno.
Adesso se ci vai c'è anche una gallina che gira intorno al chiosco; se chiedi di chi è, qualcuno ti risponde che era degli zingari che abitavano nelle case popolari di fronte. Quando se ne sono andati l'hanno abbandonata qua. Qualcun altro ti risponde alzando le spalle "E' del chiosco, del chiosco".
MIRAFIORI NORD

Mirafiori non è casa mia. Ma non è neanche troppo lontano. Per cui ultimamente ci ho passato parecchio tempo, da solo e con F, a percorrerne i muri come due spiderman solitari senza tutine colorate. Per lo più in modo non troppo razionale e organizzato. Poi, il tempo ha iniziato a diventare tiranno, e ci ha costretto a essere più rigorosi. Proprio il giorno che, naturalmente, ha iniziato a piovere. Così, zuppi a puntino, prima in bici poi in auto, abbiamo seguito tutti i perimetri dei quattro blocchi tra la fabbrica e le case popolari. L’obiettivo era fotografare i 16 lati di muri. Dopo due scatti, la macchina fotografica titolare ha esalato l’ultimo bip, prima di addormentarsi placidamente. E quella di riserva non era affatto in forma: c’erano tutte le condizioni per tentare l’impresa. Così, sempre più zuppi, uno dopo l’altro scolliniamo ogni lato come un passo dolomitico al Giro. Fino al quindicesimo. Siamo in strada della Manta, dove ci aspetta l’epifania finale. Davanti a noi un muro. Che porta una scritta. La scritta dice: “Edo e Fra 2 pazzi!â€. Edo e Fra sono i nostri nomi. Titoli di coda, anche per la macchina fotografica di riserva, tradita forse dall’emozione. Baci, abbracci e applausi.
MIRAFIORI NORD

Mirafiori non è casa mia. Ma non è neanche troppo lontano. Per cui ultimamente ci ho passato parecchio tempo, da solo e con F, a percorrerne i muri come due spiderman solitari senza tutine colorate. Per lo più in modo non troppo razionale e organizzato. Poi, il tempo ha iniziato a diventare tiranno, e ci ha costretto a essere più rigorosi. Proprio il giorno che, naturalmente, ha iniziato a piovere. Così, zuppi a puntino, prima in bici poi in auto, abbiamo seguito tutti i perimetri dei quattro blocchi tra la fabbrica e le case popolari. L’obiettivo era fotografare i 16 lati di muri. Dopo due scatti, la macchina fotografica titolare ha esalato l’ultimo bip, prima di addormentarsi placidamente. E quella di riserva non era affatto in forma: c’erano tutte le condizioni per tentare l’impresa. Così, sempre più zuppi, uno dopo l’altro scolliniamo ogni lato come un passo dolomitico al Giro. Fino al quindicesimo. Siamo in strada della Manta, dove ci aspetta l’epifania finale. Davanti a noi un muro. Che porta una scritta. La scritta dice: “Edo e Fra 2 pazzi!â€. Edo e Fra sono i nostri nomi. Titoli di coda, anche per la macchina fotografica di riserva, tradita forse dall’emozione. Baci, abbracci e applausi.
MIRAFIORI SUD

Giorno: venerdì.
17? probabilmente sì…
Ora di ritrovo: 17,02.
Meteo: soleggiato variabile. Nuvole rapide in avvicinamento.
Mezzo di locomozione: FIAT Cinquecento, vecchio modello, bianca. Tetto apribile e finestrino lato destro rotto.
Supporti tecnologici: 1 macchina fotografica scarica, 1 macchina fotografica umorale, 1 gps.
Obiettivo: documentare in 90 minuti (più recupero) tutti i muri di Mirafiori, dribblando la pioggia in agguato da nord.
Itinerario: chiedete al pilota, ero distratto.
La pioggia è arrivata? sì, eccome!
Tra voi e la pioggia, chi ha vinto? noi, chiaro! Abbiamo finito i muri (quasi…)
Modalità operativa: individuazione muro. Stop. Apertura portiera. Discesa. Foto. Ritorno in auto. Ripartenza.
Chi scendeva? Io…
Livello di acqua raggiunto: troppa.
Imprevisti: c’è l’imbarazzo della scelta. Tra le macchine scariche e il gran finale, ci siamo pure persi a Beinasco.
Gran finale: L’ho già raccontato a un sacco di giornali, telegiornali e troupe internazionali... ormai si sa già come va a finire…
L’ultima volta, per i nostri appassionati: ok. A un certo punto di un muro abbiamo trovato questa scritta: “Edo e Fra 2 pazzi!†In quest’ordine perché giustamente lui era il leader. Scesi dall’auto, ci siamo messi a gigioneggiare cercando l’inquadratura migliore. Trovata la posa perfetta, la macchina si è spenta. Dopo aver lanciato qualche accorato appello ai piani alti, l’abbiamo coccolata finché non si è convinta a riaccendersi. Tanto che poi è andata avanti non solo per immortalare l’inquadratura perfetta, ma per altri dieci minuti!
Nome: Fra, non si era capito?
SAN SALVARIO

Quando ho trovato casa a San Salvario, non conoscevo nulla della città . Un amico albanese che già viveva a Torino mi ha chiesto dove avessi trovato posto. Gli ho spiegato la zona e lui: “A San Salvario? Ma là è pieno di stranieri!â€
San Salvario è una cartolina di se stesso.
Viverci è come vivere a Venezia durante il carnevale: un teatro in tempo reale, animato dalle maschere dell’immigrato, della prostituta, dello studente. È come Disneyland – senza biglietto ma con le tasse.
San Salvario è un racconto che diviene più fittizio ogni volta che lo si racconta. Vero e immaginario si stratificano, come per ogni storia compresa la Storia. Dove sono realtà e finzione, se perfino Kapuscinski inventava?

La cartolina di San Salvario è il Borgo Medievale. Il borgo artefatto, pensato secondo gli archetipi cortesi è il simbolo-ombra del quartiere. Come il castello del postino Ferdinand Cheval, o quelli costruiti dai nuovi ricchi albanesi, anche questo villaggio è una fantasia irreale.
Ma cos’è un castello? I vecchi rispondono una fortezza, i bambini un luogo per fare il pic-nic la domenica. Il castello perde una funzione, diventa semplice scenografia. Così il quartiere tutto, con le sue attrazioni esotiche e le puttane teatrali, si rivela un esercizio di stile, che tradisce il bisogno di finzione delle persone.
GRUGLIASCO

A Grugliasco ho trovato un'intera campagna nascosta agli occhi distratti della città . Ci sono i campi, gli orti e i giardini; ma anche i pastori erranti (forse di nuovo kirghizi, chi lo sa) e i cow boy di Star Trek che vivono nella facoltà di veterinaria.
I pastori delle galassie o dei loci più ameni comunque sono solo un divertissement temporale, un paradosso ordinato, se comparati all’improbabilità estrema dell’autofficina che ospita un cammello. Se i pastori kirghizi vengono da tempi remoti e quelli ipertecnologici vengono da altri mondi, forse quel cammello viene dal futuro, da una Torino desertica fatta di caravanserragli e tuareg.
Ciò che spiccherà in quella Grugliasco futura sarà la stazione rossa; una fermata spettrale, deserta, sconosciuta ai più e snobbata dai suoi contemporanei, che preferiscono usare la metro per uscire dal tempo mitico della campagna ed entrare in quello circolare della Torino post industriale.
BARRIERA DI LANZO

“No, non è quaâ€.
“Noâ€. “Non lo soâ€.
“Ti sbagliâ€.
“Barriera di Lanzo?"."Non esisteâ€.
Non c’era altro da fare che andarmene, e mi decisi.
Mi decisi a guardar indietro.
Attualmente non esiste: è territorio di Borgata Vittoria e Madonna di Campagna. Ma esisteva.
Se ne iniziò a parlare nel 1796 con la costruzione degli insediamenti doganali. Barriera di Lanzo era varco per il pagamento del dazio. Fu nel 1869 che si insediarono, al di là della cinta doganale, le prime fabbriche per la produzione di panni in lana; più tardi, la Società Nazionale delle Officine di Savigliano.
Nel 1916 arriva la Fabbrica di Superga: gomma lavorata da 880 donne. Anche qui: cosa resta di quelle donne?
Il numero.
FALCHERA

Il dottore gli prescrisse una dieta complicata, giornate di riposo, campagna in estate. Falchera nuova, o meglio, i laghetti originati dall’estrazione dei detriti, sono perfetti per la sua cura.
Occupa il tempo a bagnarsi: a guardare il cigno, le folaghe e le oche. A camminare nei campi di granoturco tutt’attorno; passeggiando su una striscia di terra, che sembra sospesa sull’acqua, guarda i pomodori dell’orto in terrazza diventare rossi. Al primo laghetto conosce due pescatori rumeni che pescano il pesce gatto. Brutto ma buono il pesce, bello e riservato il pescatore. Da lì, con i campi sulla destra, il recinto di torri sullo sfondo e la vista intermittente dell’acqua tra i portoni degli orti alla sua sinistra, raggiunge il secondo laghetto, il più grande: il suo preferito.
Ogni tanto sale l’odore di una bistecca alla brace misto al profumo della menta selvatica. Una coppia di germani solca come frecce lo spazio azzurro chiuso tra i salici immobili. Anche se l’accesso all’acqua è del tutto occasionale, tra il vuoto non occupato dagli orti, ci si riesce ad arrivare.
RIVOLI - RIVOLI È UN POSTO TRANQUILLO

T. mi attende seduto al tavolino, dietro a un paio di larghi occhiali scuri. Indossa una camicia a maniche corte dalla fantasia hawaiana: sul petto una ballerina accoglie i turisti con corone di fiori rossi. Ordiniamo due birre, gli chiedo di Rivoli. Prima di accendere la sigaretta ne toglie il filtro, lo riduce a metà e poi lo rimette, altrimenti – mi spiega – è troppo leggera.
“Rivoli mi è piaciuta tutta. Ho scoperto almeno tredici luoghi su cui intervenire, più uno bellissimo che poi non ho più ritrovato, un fabbricato con i pilastri a baionettaâ€. Arrivano le birre. “Ho girato moltissimo. Un altro rimpianto è una ex-discoteca di cui rimane solo la struttura portante. Per entrare ho dovuto scavalcare, ma rimane troppo lontanaâ€. Gli chiedo dove si trovi. “A Buttigliera Alta. Nemmeno quelli di Rivoli porterebbero fin là i bambiniâ€.
Risponde al telefono. Prima di parlarmi degli incontri che ha fatto, mi spiega che è un iphone cinese che tiene due schede, preso a cento euro. “Ho parlato con molta gente, compresa la preside di una scuola media. Rivoli è un posto tranquillo, sono stati tutti molto disponibili. Ho discusso con un’associazione di graffitari per organizzare un contest su questo loro lunghissimo muro di graffiti in via venti settembre, stupendo. Ho conosciuto un pattinatore ultrasessantenne che ogni settimana fa da piazza San Carlo a Rivoli in pattini. Insomma, gente socievole. L’unico che mi ha guardato male è stato un vecchio che lavorava in uno degli orti vicino alla tangenziale, ma in effetti ero entrato con lo scooterâ€.
Prima di salutarci gli chiedo quale sia la cosa più bella che ha visto a Rivoli. “Il parco avventura nel bosco affianco al castello. Si entra da una porticina tipo giardino segreto e ti ritrovi in questo mondo di ponti tibetani e carrucole, dove portano i bambini delle scuole a fare dei laboratori. Mi sarei volentieri messo anch’io a giocare, se le maestre non si fossero già insospettite per le fotoâ€.
la Pera Sgaroira, sulla Collina Morenica di Rivoli
PARELLA

“È l’umore di chi guarda che dà alla città la sua forma.†Me ne ricordai mentre camminavo lungo i bordi del quartiere tracciati dall’arbitraria convenzione. Grandi arterie viarie a flusso discontinuo descrivono l’era della modernità in decadenza, epoca in cui la grande industria cede il passo ai tempi dei processi, tempi di una nuova invenzione del quotidiano. A Parella, bagnata dalle acque della Dora e sorvolata da velivoli talvolta impegnati in strampalati e arditi esercizi di volo, resiste un forte quanto mai attuale passato agropastorale. L’occhio se ne meraviglia. Bealere, cascine, campi coltivati a mais e foraggio disegnati minuziosamente, colorano il paesaggio ridondante delle abitazioni. Gli alveari dell’intimità , ben organizzati e strutturati, sono spesso accompagnati da pittoreschi giardini o cortili per lo più destinati a roseti. All’orizzonte si scorgono le montagne, punti cardinali dell’evasione. Da Parella non si torna indifferenti. I suoi ossimori spaesanti riecheggiano nei miei sensi e nella mia mente. Registri dimensionali antropici differenti convivono con soluzione di continuità . Torno con ricordi ben distinti: i giostrai, la torre dell’acqua di corso Bernardino Telesio, i roseti, le industrie e i capannoni, gli orti urbani, la Dora e i suoi canali, il cemento, i pellegrini della via francigena, le sue due piazze per il mercato, il profumo dell’erba, l’irrespirabile aria carica di smog, i parchetti di gesso per bimbi e animali domestici, persone provenienti da altri paesi, le villette e le case popolari, un campo nomadi. Quando si arriva a Parella, quartiere al limite, si è accolti dalla vertigine. Il disegno urbano, preordinato e funzionale alimenta se stesso. Tale potere, che ora dicono benigno ora maligno, inganna chi Parella la abita.
In una carta del 1762 (Carta dei distretti delle Regie Caccie, Archivio di Stato di Torino) si possono leggere i nomi della cascina Il Parella e della cascina La Pellarina, oggi passati ad indicare rispettivamente l’intero quartiere e l’area del Parco Carrara.
MADONNA DI CAMPAGNA - LUCENTO

Abbiamo pedalato per le strade di questa pietra grezza il sabato e la domenica. Incontrando più segnali architettonici che umani; ammesso che siano due cose distinte. Noi e le nostre biciclette, tra fotogrammi di quartiere con poca vita. I miei ricordi precedenti della zona, legati all’ansia, di aver preso tutto ed essere in orario sulla strada per l’aeroporto, o alla disillusione, di ritorno sul 9 dopo l’ennesima batosta del Toro. La poca vita di questo quartiere che sembra un diamante, dicevo, diminuisce ancora nella parte alta di corso Grosseto, dopo il cavalcavia verso il fu Delle Alpi, dove si alzano casermoni compatti e marziali, che mi riportano a una Bucarest non troppo lontana. E non troppo sommersa. Una falange difficile da penetrare. E raccontare, almeno per me. A montare la guardia ai palazzoni, diverse nicchie votive. Che parevano una citazione della little italy di Scorsese in Italianamerican. Sarà l’aria del luogo, che fa bene al cinema. Non lontano da qui, tra corso Mortara e via Orvieto, Scola ha girato il finale di Trevico-Torino e Daniele Gaglianone scene di Pietro, in concorso al prossimo Festival di Locarno. Io, Cristian e Cristian. Cristian Nemescu e Cristian Mungiu. Sarebbe stato bello fossero venuti con me anche loro. Così, avrebbero saputo raccontare le storie dentro quei palazzoni. Sotto quei palazzoni. Come sotterranei di una piccola Bucarest.
COLLEGNO

Una scia di biciclette lunga, ma lunga davvero.
Stanno attraversando il Valentino.
Gente nuda, gente vestita, bambini, nonni, sportivi e bersaglieri in pensione. Ma ancora con le
fanfare spiegate, a cavallo di una Bianchi d’anteguerra.
“Anche Lei al manicomio?â€
No, ma... perché no!
Seguo una pista ciclabile, mi allontano dalla città , c.so Sommeiller, c.so Francia…
“Guarda! Un’astronave! Una vera Leumann classe 1875â€
Poi torno indietro, devio, c.so Marche.
Svolto, devio di nuovo, costeggio il Campo volo, macchine, traffico, inquinamento, ma se spingo più forte i pedali, mi sembra di sentirlo, il volo.
Ed eccomi arrivato, non mi ricordo dove volessi andare
ma davanti a me c’è un grande parco verde, mi dicono è la Certosa.
“Scusi, dove siamo?â€
“Al Manicomioâ€
Diverse strutture sono sparse all’interno del parco.
Mi avvicino, sono vuote.
C’è gente intorno ma nessuno le attraversa.
“E il manicomio?â€
“Quale manicomio?â€
Sembra non ci sia, o forse l’hanno scordato.
“Lei la vuole sapere la verità ? I pazzi non esistonoâ€.
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